L'Alluvione di FIrenze del '66 - Ricordi Fiorentini

Vai ai contenuti

Menu principale:

L'Alluvione di FIrenze del '66

Video amatoriale (c) 1966 Daniel Quinn su l'alluvione a Firenze

"L'Alluvione, i giorni dopo..." (Parte 1)
(clicca due volte sul filmato per ingrandirlo)

Quante volte, da piccolo nei primi anni '60, passando sull'angolo di Piazza Santa Croce con Via Verdi, ho alzato gli occhi a quelle vecchie lapidi che ricordavano le grandi alluvioni del passato! Con un misto di incredulità e di curiosità leggevo "..l'Arno arrivò fin qui nel ..."; non riuscivo a capacitarmi che l'acqua del fiume, così lontana, calma nel suo letto così profondo a guardarlo dalle spallette davanti alla biblioteca, non solo fosse arrivata fin lì, ma a una tale altezza! "Mah, sarà anche..." - mi dicevo - passando oltre. Solo qualche anno più tardi ho vissuto la verità di quelle iscrizioni: il signor Arno ha voluto addirittura strafare e superare i passati 'record'...

Naturalmente, io ho la mia storia da raccontare....

Video amatoriale (c) 1966 Daniel Quinn su l'alluvione a Firenze

"L'Alluvione, i giorni dopo..." (Parte 2)
(clicca due volte sul filmato per ingrandirlo)


Sono circa le otto di mattina del 4 Novembre; un giorno di festa (confesso che a quell'età - 15 anni - poco mi importava che festa fosse: era un giorno senza scuola da passare a divertirsi...). La mia famiglia viveva appena fuori del centro, un po' in collina. Mia nonna, che a quel tempo abitava in piazza Santa Croce, proprio sopra il negozio che suo marito aveva aperto negli anni '30, era ospite da noi, per passare qualche giorno assieme. Un paio di giorni fà siamo stati a visitare la tomba di mio nonno, a Trespiano.

Sono ancora al calduccio nel letto e fuori piove. Piove da giorni, ma in fondo è ciò che più o meno ci si aspetta a novembre.
Improvvisamente sento Argia, la mia cara vecchia "tata", urlare a tutto fiato che "..il Ponte Vecchio è crollato.. è crollato!"
Scartando decisamente che la morigerata tata avesse dato fondo a qualche alcolico così presto di mattina, balzo in piedi per cercare una spiegazione. I miei genitori, altrettanto sorpresi e confusi, tentava di ricondurre alla ragione la terrorizzata Argia: "Ma chi glielo ha detto?" "Dove l'ha sentito?" "Ma è sicura?"...
"L'ha detto la radio" - risponde lei con la ferma sicurezza data da chi crede "che la radio non mente mai..!"
Tutti al primo apparecchio a portata di mano. E' vero: il cronista parla dalla sede della Rai dietro l'angolo di Via Cerretani - forse l'ultima trasmissione date le condizionei - e sta descrivendo l'irruenza dell'acqua che scorribanda nel centro cittadino, ad un passo dal Duomo.
Fortunatamente, il buon Ponte Vecchio non è stato spazzato via, ma la sostanza è proprio quella di un gran disastro.

Il primo pensiero, fattosi subito grido, di noi tutti fu: "Il negozio!"
"Andiamo subito a spostare la roba più in alto!" - dice mia madre, fiduciosa che, essendo agli inizi, basti poco per salvare la tanta merce (pelletteria) appena immagazzinata in previsione del Natale.

Eccoci nella '500 scendere verso piazza Libertà e imboccare viale Matteotti. Ma arrivati al piazzale Donatello, la Polizia (o l'Esercito, non ricordo) rimanda indietro tutti. Poco oltre si vede la strada già coperta d'acqua. Dietrofront e "Passiamo dal centro!" - esclama mio padre, con la sua flemma inglese già messa a dura prova da quell'ostacolo, pessimo presagio di quanto ci aspetterà.
Tentiamo giù per via Cavour, nella vaga illusione che da lì sia permesso passare. L'acqua, o per meglio dire... quella sostanza mista di fango, nafta, e altri rifiuti di varia origine, in baldanzosa corsa dal Duomo, sta giusto svoltando l'angolo che porta in via XXVII Aprile. Niente da fare. "Non si passa!" ci ripete un altro poliziotto "Non provateci nemmeno!"
Così, sbigottiti, non ci resta che imboccare la strada di casa... e tornare alla radio per altre notizie. Il venerdì si conclude così.

Foto Santa Croce 4 Nov 1966  Alluvione
Negozio Alluvione 66 - 1

Sabato mattina, nuovamente all'ascolto delle frammentarie notizie, sentiamo dire che il livello del fango è sceso e perciò ritentiamo una sortita.

Questa volta riusciamo ad arrivare, navigando nella mota con l'intrepida 500, fino quasi all'imbocco di via San Giuseppe, in Piazza Piave. La devastazione ci circonda ed è appena l'inizio: via via che avanziamo a piedi, con non poche difficoltà per via dei detriti, cresce a ogni passo il nostro senso di angoscia.

Arriviamo infine all'angolo con la piazza, saliamo sui gradini all'angolo della basilica e guardiamo in direzione del negozio, che si trova circa a meta del lato lungo della piazza, quello più vicino all'Arno. Dopo aver visto bandoni divelti e porte scardinate, l'esterno del negozio sembra intatto: le saracinesche sporche, sì... imbrattate di nafta e mota... ma apprentemente intatte!

Per qualche minuto ci prende quasi un'euforia: "Forse qualcosa si è salvato!"
"Forse l'acqua è rimasta fuori!"
ci viene da esclamare, facendo ovviamente poco i calcoli con le leggi della fisica e della dinamica dei liquidi...!

Presi da una foga quasi folle, anziché costeggiare la basilica, partiamo spediti in diagonale, per raggiungere al più presto il negozio.
Nei momenti critici si rischia di non usare la ragione, accantonando le minime precauzioni: nel mezzo della piazza la mota arriva oltre le ginocchia e per poco mio padre, inciampando per via del risucchio intorno alle gambe, non cade a faccia in giù in quella melma dal tanfo insopportabile.

L'incidente non ci ferma ed eccoci davanti alla saracinesca: non so nemmeno come, ma  la tiriamo sù, rivelando la vetrata della porta: sporca lurida, ma il vetro ancora intero!
La porta è bloccata, c'è qualcosa a contrasto, ma spingendo e tirando a più riprese, riusciamo finalmente a entrare.

E' quasi buio là dentro, ma la debole luce che filtra dalle sporche vetrate non ci lascia più illusioni: la scena che abbiamo davanti è di quelle che non dimentichi mai più... e le foto qui accanto ne danno un assaggio...

Le pesantissime vetrine... ribaltate; un misto confuso di borse, guanti, ombrelli, portafogli, portamonete inzaccherati ovunque.
E il tanfo di quella melma che punge ancor più forte.

Siamo abbacinati. Ci guardiamo muti l'un l'altro. Non sappiamo che fare.. che dire....  Sgomenti, sembriamo fantasmi sporchi in un inferno umido, gelido e silenzioso. Dante, là fuori, lo aveva immaginato tutto di fuoco...

Eppure, è pomeriggio e c'è un pallido sole. Ci sentiamo totalmente inermi e incapaci di affrontare qualsiasi ragionamento: niente è uscito dal negozio, ma dentro c'è il nulla più pieno di fango che abbiamo mai visto.

E all'improvviso il silenzio che ci avvolge non è solo nel negozio: è dappertutto: un silenzio innaturale per questo luogo, questa piazza, questa città. E Dante, dal centro della piazza, ci osserva muto...

Vaghiamo in qua e in là, a destra e poi a sinistra, tentiamo di raggiungere l'ufficio, di spingerci verso il laboratorio, verso il magazzino... Solo e nient'altro che fango, adagiato su tutto come una neve marrone triata di nero: riconosci dal vago contorno  qualcosa che ricordi: una valigia, la cassa, un album da foto squadernato. E' tutto ciò che resta di anni e anni di lavoro. Non riusciamo nemmeno a piangere, tanto forte è lo shock. Uscendo, alla meno peggio tentiamo di richiudere la porta e il bandone. Torniamo verso casa.


Negozio Alluvione 66 - 2

Per tutto un mese, giorno dopo giorno, siamo tornati a spalare e spazzare via il fango, a ripulire, nel vano tentativo di salvare qualche piccolo oggetto. Io mi dedicai a frugare a mani nude il pavimento del laboratorio, raccattando - alla cieca - i caratteri mobili in ottone, usati per dorare iscrizioni sul cuoio. Per quanto minuscoli, quegli oggetti sparsi ovunque li ho ritrovati quasi tutti (Forza della disperazione? Testardaggine irlandese nel mio sangue?). Abbiamo salvato anche quasi tutti i vecchi attrezzi per la doratura, appartenuti un tempo a mio nonno.
Già: mio nonno. Il suo ritratto, miracolosamente intatto alla parete del laboratorio,  osserva lo scempio: quel che non ha fatto la guerra, l'ha fatto la forza di un Arno devastatore... altro che d'argento! A distanza di anni quegli strumenti sono stati pazientemente ripuliti e, forse, un giorno potrò usarli ancora. Un modo per cercare di mantenere un legame con il passato.


Tra le poche persone che ci hanno aiutato, uno dei primi è stato il mio ex-compagno di scuola Leonardo. Me lo ricordo come fosse adesso: con semplici scarpe, le gambe avvolte in buste di plastica per proteggere in qualche modo i pantaloni, masticando aspirina per un forte mal di testa, era lì accanto a noi per darci una mano. Apparso improvvisamente, veramente inaspettato, è rimasto per giorni e giorni ad aiutare. Non ho dimenticato, anche se poi la vita ci ha tenuti lontani per oltre trent'anni.

Ogni giorno, passando dal lungarno, senza spallette, infiliamo Corso Tintori, Via Magliabechi e, infine, con passi lenti, 'apriamo' il negozio.
L'acqua corrente qui è tornata quasi subito. A casa, in collina, invece passa giornalmente un'autocisterna. A pranzo un panino portato da casa e una bottiglia d'acqua, consumati quasi in silenzio nell'appartamento di mia nonna, al primo piano. Qui l'Arno ha usato la cortesia di fermarsi un gradino prima di entrare in casa. Che educato: non aveva il permesso!

Ogni giorno, andando e tornando, pensiamo a chi, peggio di noi, ha perso proprio tutto: casa e negozio. E sono tanti quelli che incontriamo lungo il cammino. Niente parole: un semplice sguardo e ci siamo detti tutto.

In una grande stanza al pian terreno, accanto al negozio, mio padre aveva realizzato, per hobby, una sala di registrazione. Appassionato di musica e ottimo cantante ("mancato", purtroppo, per le circostanze della vita.. ma questa è un'altra storia!), aveva raccolto strumenti musicali, registratori semi-professionali, microfoni e tanti altri apparecchi. C'è anche un pianoforte a coda, una batteria e l'antica chitarra di mio nonno: tutto finito in Arno. Un dolore aggiunto al dolore. Se si può.

Ancora oggi, dopo più di quarant'anni, camminando d'estate per qualche stradina del centro, mi capita di sentire quel maledetto e inconfondibile tanfo di fango d'Arno. E ripenso a quanto della vita di Firenze si è portato via...

 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu