I Vostri Ricordi - Ricordi Fiorentini

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I Vostri Ricordi


Questa sezione è dedicata alle vostre storie: inviatele a Ricordi Fiorentini



11 Maggio 2010 - Da: Valeria Vitti

 L’ alluvione! Che ricordo allucinante! Abitavo alle Cure, un rione fiorentino non coinvolto in questa tragedia, e quella mattina di festa mia madre, ex sportiva ed olimpionica, aveva una messa in ricordo degli Azzurri d’Italia scomparsi. Si sarebbe dovuta recare in centro per questa manifestazione, ma verso le 8 arrivò una telefonata di un suo amico che la consigliava di non muoversi, perché lui, che abitava in Borgo Pinti, si era accorto che per la strada scorreva un piccolo fiume. La sua versione fu che le fogne non avevano retto la pioggia, che era sta incessante per molti giorni. Fu l’ ultima telefonata: da quel momento il telefono non funzionò più, andò via la corrente e le notizie ci arrivavano da una radiolina che io usavo per ascoltare le partite! Non riuscivamo a credere quello che trasmettevano, la sede Rai era in centro e ci facevano sentire il rumore dell’acqua che scorreva sotto le loro finestre. Fu una giornata allucinante per noi, perché mia zia abitava in via dei Pilastri e i miei cugini in via della Mattonaia - tutti nel rione di S. Croce, uno dei più colpiti.

  Il giorno dopo appena, sentimmo dire che l’acqua si era ritirata, così m’infilai un paio di stivali e a piedi mi incamminai verso il centro…..passata Piazza S. Marco, lo spettacolo diventava veramente di una drammaticità incredibile ed inimmaginabile: negozi sventrati, fango da tutte le parti, persone che cercavano di tirare fuori dai negozi quel poco che era rimasto, ma in condizioni disastrose. E l’ odore! Quell’odore lo ricordo ancora in maniera molto lucida.

  M’inoltrai per via dei Pilastri, ma arrivata al n° 30, dove abitava mia zia - oltretutto al piano terra - trovai solo una montagna di fango e la porta sventrata. Mentre, in preda all’angoscia, guardavo questo disastro si affacciò una signora del secondo piano per dirmi che mia zia era da loro e per arrivarci si era arrampicata, aiutata da alcuni giovani, dalle finestre dell’interno, perché di quello che succedeva lei si era accorta soltanto quando la porta d’ ingresso, con la pressione dell’acqua che sulla strada era già alta, era andata giù ed era entrata a valanga in casa! A quel punto l’unica via di salvezza erano le finestre dal dietro, che dal giardinetto salivano verso gli altri piani.
  In quanto a mio cugino, quando si era accorto dell’acqua che saliva, aveva cercato di raggiungere il suo laboratorio (era restauratore di libri e lavorava anche per la Biblioteca Nazionale), ma non c’era riuscito e tornando a casa con l’ acqua quasi alla vita, aveva avuto la brutta sorpresa di trovare casa sua completamente sott’acqua. Sono stati giorni veramente incredibili e prima di potersi risollevare da una tragedia del genere c’è voluto molto tempo, ma i fiorentini sono tenaci e hanno saputo rimboccarsi le maniche ed andare avanti!

Valeria Vitti

1 Giugno 2010 - da: Alessandro Cencetti

La “mia” Firenze - Parte 1
di Alessandro Cencetti

  
Ricordare la propria città natale significa, per chi, come me, le vicissitudini della vita hanno portato a vivere e lavorare in altro luogo che, pur se vicino, è ben altra cosa rispetto alla mia amata Firenze,  volgere all’indietro uno sguardo filtrato dalle lenti della nostalgia. Nostalgia per l’età che avevamo e nostalgia per come eravamo, per un modello di vita (e conseguentemente di città) che non esiste più.

 Forse è persino inutile evocare tali ricordi: forse è anche un po’ masochistico, visto il malessere che provoca il confronto tra ciò che era e ciò che è, ma - che volete - io a quella Firenze ci sono attaccato e approfitto dello spazio creato dall’amico Daniel per narrare delle atmosfere che si vivevano in città tra gli anni ’50 e ’70: in fondo parlarne è un po’ come riviverle e ogni tanto è dolce lasciarsi cullare dalla memoria.

 Cominciamo col dire che, pur essendo nato in via Pietro Thouar e quindi all’interno della cerchia delle mura, la mia famiglia abitava al Campo di Marte che, alla fine degli anni '50, era vera e propria periferia: la Rondinella era in costruzione e Coverciano  in gran parte ancora da pensare.

 Il Campo di Marte era ancora quello che indica il nome: un’area verde che, fino ad un recente passato, era stato usato per le esercitazioni militari. Al suo interno si trovavano lo Stadio Artemio Franchi (denominazione assunta dopo la fine della guerra al posto della più scomoda “Giovanni Berta”), i campi sportivi militari e la struttura in legno di una associazione sportiva privata, l’Unione Sportiva Affrico, con annesso un campo di calcio, embrione di quel punto di ritrovo sportivo e culturale per tutto il quartiere che divenne negli anni sessanta.

 Il resto era una distesa verde ininterrotta (il viale Paoli non esisteva), attorno alla quale si era sviluppato un quartiere medio borghese dal lato del viale Manfredo Fanti e, lungo il viale Malta, un agglomerato di casermoni di edilizia popolare: devo dire che, contrariamente a quanto sembra accadere oggi in altre realtà, le due anime del quartiere vivevano tranquillamente gomito a gomito.

 Casa mia si trovava in una traversa, tra viale Fanti e viale E. De Amicis: quest’ultimo correva lungo l’argine destro del torrente Africo (o Affrico nella dizione comune), che lo divideva dalla parallela via Lungo l’Affrico: l’alveo del torrente, attualmente intubato e coperto da ameni quanto anonimi giardini, era a quel tempo a cielo aperto e costituiva, per i ragazzi del quartiere, un terreno di caccia a ranocchi e talpe che, per quanto e in quanto vietatissimo dai genitori, esercitava un enorme fascino; così come l’area verde del Campo di Marte, un tempo teatro di esplosioni e spari, si riempiva, nei pomeriggi della bella stagione, di grida e schiamazzi indicatori di interminabili partite di pallone, dove l’assenza di un arbitro lasciava spazio a accesi confronti.

 La scuola elementare (solo maschile) era a due passi, su via De Amicis: la parrocchia, la chiesa di San Salvi, poco più in là.

 Per quel che concerne lo svago, stesso discorso: il sabato pomeriggio era dedicato alla visione di un film al mitico Cinema Fiorella di via Gabriele d’Annunzio.

 Tutto questo portava i più giovani a vivere e a sviluppare rapporti sociali all’interno del quartiere, ponendo i confini della città al limitare dello stesso; personalmente, visto che mio padre lavorava in piazza del Mercato Centrale, avevo spesso opportunità di recarmi con mia madre in “Centro” cosa che, comunque, veniva sempre vissuta come un premio, un avvenimento particolare nella routine quotidiana, sottolineato dal fatto che per l’occasione ci si “vestiva bene”.

 Finite le scuole elementari gli orizzonti si allargarono un poco: l’iscrizione alle scuole medie mi portò infatti alla nuovissima (costruita solo un anno prima) struttura della S.M.S. “Lucrezia Mazzanti” nell’allora nuovo (o quasi) quartiere della Rondinella, praticamente circa un chilometro da casa mia. A questo proposito vorrei sottolineare che, in tutti i tre anni del corso, sono sempre andato e tornato da scuola a piedi e da solo, sia d’estate che d’inverno: di prendere l’autobus (peraltro comodissimo) non se ne parlava neppure perché “non si spendono i soldi del biglietto per due sole fermate!”, di farsi accompagnare men che meno, se non si voleva poi subire lo scherno dei compagni ed essere considerati dei poppanti: e questo atteggiamento era trasversale ai vari strati sociali. Oggi invece si accompagnano i figli in macchina davanti al portone fino all’esame di maturità, salvo poi lamentarsi del traffico, dell’inquinamento e della mancanza di autosufficienza dei nostri rampolli.

 Dopo la licenza media inferiore la svolta epocale: l’iscrizione al Liceo Classico “Galileo” nella centralissima via Martelli, a due passi dal Duomo.

 Questo fatto comportò due cose: da un lato passare molta parte della mia giornata “in centro” che finì di essere una sorta di “paese dei balocchi” per diventare parte integrante della mia vita quotidiana; dall’altro avere compagni di classe che venivano dai più disparati quartieri della città. Dovendo prendere tutti i giorni l’autobus per andare e tornare da scuola, venni munito di uno speciale “abbonamento studenti” che, con l’esborso di un piccola quota mensile, dava diritto a viaggiare su tutta la rete di trasporto pubblico della città: questo mi permetteva di spostarmi liberamente per andare a trovare ora l’uno ora l’altro compagno, facendomi scoprire zone di Firenze a me totalmente sconosciute.

 Niente però mi prese più (amore e assidua frequentazione che continuarono poi negli anni universitari, la mia Facoltà era in via Gino Capponi, sul retro della SS. Annunziata) del vivere il centro, del percorrerne a piedi le strade scoprendo un mondo affascinante.
Mondo che, per molti versi, adesso non esiste più: ma di questo parleremo un’altra volta.

(continua...)

4 Giugno 2010 - da: Michele Gentile

L'ALLUVIONE
(tratto da “L'Arca dei Ricordi” di Michele Gentile, Leone Editrice, Foggia)*



Il postino mi consegnò un telegramma, era la comunicazione che avevo superato I colloqui sostenuti e che ero stato assunto da una nota ditta di Firenze.
Due giorni dopo, il 29 Ottobre del 1966, ero già lì: Firenze mi ospitava per la prima volta.
Mi presentai al posto di lavoro la stessa mattina dell'arrivo. Aiutato dal servizio assistenza, trovai da dormire presso la signora Giulietta Del Taglia in viale Corsica. Occupai una stanza piccola con mobili dell'ottocento, avevo un grande arazzo alla testa del mio letto. Nella stanza si respirava aria gozzaniana da vecchio salotto di nonna speranza; non c'erano tutte le comodità, però, nel tempo mi adattai e ci restai.
La padrona di casa era una anziana vedova brontolona, sola, senza figli e senza alcun parente. Spiava tutti i miei movimenti, filtrava con cura le telefonate delle ragazze e non condivideva i miei tanti vestiti e camicie che riempivano la sua stanza. Mi stimava, però, e promuoveva spesso occasioni di conversazione; possedeva una grande cultura musicale e letteraria, io l'ascoltavo volentieri. Di sera, normalmente, Giulietta attendeva il mio ritorno per poter parlare, mi accomodavo nel suo salotto e con un sottofondo di musica classica, si dava inizio alle nostre discussioni letterarie. Io, intanto, soddisfacevo il mio desiderio di famiglia.
Repressi in me l'ansia di visitare Firenze durante tutta la mia prima settimana di permanenza, perché volevo ambientarmi nel nuovo lavoro e nel quartiere di Rifredi, dove avevo trovato la pensione. Trascorrevo le serate al  bar del palazzo di fronte, in cui la mattina facevo anche colazione, e dove scambiavo qualche parola con i frequentatori abituali, vedevo la televisione e mi intrattenevo a leggere nella saletta da tè.
Fu proprio lì che conobbi Liliana, una signora dell'età dei miei genitori, anche lei senza figli, che riuscì a comunicarmi la sua carica umana donandomi tanto affetto che io contraccambiai con la stessa intensità. Una donna vivace, straordinariamente allegra, aveva la capacità di scacciare da me la malinconia e le insicurezze di giovane che si trovava da poco in una nuova città. Evitavo, a volte, di confidarle i miei problemi per non arrecarle disturbo, però lei me li risolveva volentieri. Forse per lei ero uno spiraglio di luce nella sua solitudine, l'obiettivo a cui rivolgere il suo affetto materno mai sprigionato prima dal suo grande cuore.
Carlino, suo marito, lo conobbi successivamente ed era, al contrario di Liliana, un uomo calmo e di buon senso: xon lui mi scontravo sempre quando parlavamo di politica. Sono trascorsi tanti anni da allora e ci vogliamo bene ancora oggi, anche se siamo lontani.
Al mattino di festa mi alzavo più tardi del solito, non molto però, venivo disturbato dai rumori della strada e dalla padrona di casa che voleva la stanza libera per fare le pulizie, batteva – involontariamente, così diceva – lo spazzolone alla mia porta e accendeva la radio ad alto volume.
Quella mattina del quattro novembre, allora era giorno festivo, aprii gli occhi alla poca luce che filtrava dalle persiane, in Toscana le chiamano gelosie. Nella strada regnava un silenzio insolito, non si sentiva proprio nulla. Mi giungeva chiaramente la voce della signora Giulietta che chiaccherava con qualche vicino con tono piuttosto concitato. Aprii le persiane, mi affacciai, il cielo era grigio, il silenzio e la calma in strada continuavano.
Non pioveva più, nei giorni precedenti era piovuto tantissimo e non uscii quasi mai perché avevo lasciato a Foggia il mio impermeabile bianco e l'ombrello.
La signora Giulietta bussò alla mia porta ed in vernacolo fiorentino, che non capivo ancora, mi disse: “Larno gli è straripato, e' ci son du' metri d'acuq alta in centro, mi' Signore che disastro, la mi' Firenze l'è rovinata!”.
Mi vestii di gran corsa e scesi nella strada. La nostra zona era circondata d'acqua, viale Corsica, trovandosi più in alto rispetto al livello dell'Arno, si era salvata. A cento metri, però, via Circondaria era un fiume che scorreva con violenza. Che spettacolo triste! Le macchine galleggiavano e si schiantavano l'una contro l'altra; passava di tutto sull'acqua: mobili, elettrodomestici, abiti, giocattoli. I militari sui gommoni portavano aiuto alle famiglie dei piani alti.
Non mi resi conto subito del vero disastro in atto, perché mi trovavo in periferia e lì era straripato l'affluente Mugnone, mentre l'Arno invase tutto il centro e per diversi metri di altezza.
Su richiesta della signora Giulietta, andai a prendere l'acqua alla fontana con dei grandi contenitori di plastica; si faceva una lunga fila ed occorreva portarli a piedi su per tre piani: lo feci tre o quattro volte e nei giorni successivi toccò sempre a me.
Attesi che l'acqua del fiume fosse ritornata nel suo letto. Il giorno dopo mi comprai un paio di stivali di gomma per poter camminare nel fango e mi avviai a piedi verso il centro della città. Tutto era bloccato, i mezzi pubblici, i telefoni, i negozi distrutti, i ristoranti... Ovunque guardassi c'era fango. La disperazione regnava nelle facce dei fiorentini ch cercavano di salvare il salvabile dalle loro case devastate dalla furia dell'acqua.
Andai all'ufficio postale per inoltrare un telegramma ai miei genitori, volevo tranquillizzarli: anche lì feci na fila di quattro ore. Che peccato – dicevo dentro di me – aver dovuto visitare per la prima volta Firenze, mentre era in agonia. Solo guardando in alto le cime dei palazzi del cinquecento mi rendevo conto di quanto era bella.
Il Ponte Vecchio fu chiuso al traffico pedonale, mentre i gioiellieri scavavano nel fango per ritrovare qualche oggetto portato via dalla furia dell'acqua. Si dice che molti gioiellieri siano stati accorti nel liberare i loro negozi qualche ora prima dell'alluvione, vedendo crescere l'altezza dell'Arno. Camminai a fatica nel fango e mi resi conto di vivere un'atmosfera quasi irreale. Il centro storico era pieno di ferite, la sua bellezza era stata sommersa dal fango, aveva subìto danni ingenti.
Per le strade si ripetevano gli appelli delle varie associazioni per la ricerca di volontari. Io accolsi l'appello della Biblioteca Nazionale. Il giorno dopo, munito di altissimi stivali di gomma e di impermeabile di plastica, mi premurai di tirar fuori dal fango e dall'acqua i libri ancora sommersi.
Tesori fra le mie mani che chiedevano aiuto. Mi disperavo a quella vista, mi sembravano tante persone sopravvissute nei secoli; mi toccò spesso constatare la fine di tanti libri. L'ambiente, naturalmente, era molto umido, resistetti solo due giorni in quelle condizioni: il terso giorno ero a letto con un gran raffreddore, febbre e tosse.
Tenevo la finestra della mia stanza serrata e non si poteva aprire, da fuori entrava un cattivo odore intenso e sgradevole. Avevano bruciato gli animali del macello, antistante casa mia, per paura di epidemie. Anche i cavalli annegati nell'ippodromo furono bruciati. Per due giorni si camminò per Firenze con delle mascherine o con dei fazzoletti di stoffa appoggiati sulla bocca e sul naso.
Qualche giorno dopo giunse a Firenze mio fratello con una gran valigia piena di viveri, mancava tutto in città. Purtroppo, anche lì, ci fu chi approfittò della situazione per centuplicare i prezzi dei viveri e specialmente dell'acqua minerale.
Mangiai per diversi giorni in casa della signora Giulietta, fino a quando non si aprì la trattoria di “Danilo”, accanto al macello, gestita da una bravissima famiglia slava.
Cominciò subito la ricostruzione di Firenze, ch sorvegliai di giorno in giorno. La solidarietà internazionale contribuì moltissimo a tale causa, troppa gente si sentì immediatamente toccata, direttamente colpita e chiamata in causa proprio di persona. Firenze, cara al mondo intero, sfiorata dalla morte, risorse grazie all'amore di coloro che vollero conservarla come il più ricco ed autentico archivio del mondo di civiltà e cultura.
Firenze divenne la città dei miei figli, nati lì. Nel 1982 salutai Firenze per fare ritorno alla mia città natale, ma le ho riservato il posto migliore nello scrigno dei miei affetti.

Michele Gentile

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(*) per cortesissima concessione dell'Autore.

21 Agosto 2010 - da: Alessandro Cencetti

La “mia” Firenze - Parte 2
di Alessandro Cencetti - email: alecence@libero.it

Il centro di Firenze, rispetto agli anni 60/70 è profondamente cambiato: è fin troppo scontato che, per chi ha vissuto “quella” Firenze, il cambiamento non ha certo delle connotazioni positive.
Si potrebbe obiettare che non si tratta altro che dell’avvicendarsi delle umane cose: tutto nasce e muore o, perlomeno, si trasforma.
Tutto giustissimo: il problema è come si trasforma, come muta il tessuto sociale e culturale della città.
Personalmente ho l’impressione che il centro città sia sempre meno dei fiorentini, sempre meno “a misura” del fiorentino e sempre più attagliato al turista e alle sue esigenze.
Complice la stratosfericità degli affitti, ci sono sempre meno persone che abitano in centro, che lo vivono quotidianamente e questo comporta che molti degli esercizi commerciali storici (le “botteghe” propriamente dette) hanno cessato la loro attività e, al loro posto, hanno aperto i battenti banche, negozi di abbigliamento e accessori grandi firme, fast food, gelaterie, paninoteche.
Forse per qualcuno questo può essere segno di modernità, di una città  più aperta , più giovane, meno isolata e meno legata al passato:  sarà, ma il vedere a poco a poco trasformare in una grande Disneyland un nucleo cittadino vivo, pulsante, pieno di una miriade di piccole attività commerciali e artigiane essenziali alla vita quotidiana nonché salotto buono di uno degli agglomerati urbani più belli del mondo, a me personalmente mette un po’ di tristezza, per non dire disagio.

Di molti di quei luoghi che, in qualche misura, hanno avuto importanza nella mia (e in quella di molti altri) gioventù spesso non resta che il ricordo.
La prima immagine che mi viene alla mente è legata agli appuntamenti con gli amici (e le amiche, con tutte le aspettative che ciò comportava) del sabato pomeriggio: punto d’incontro era la Pasticceria Bruzzichelli, posta all’angolo  tra via de’ Pecori e via Roma, la qual cosa era l’occasione per assaporare qualche leccornia (ricordo un superlativo latte alla portoghese) proposta dal titolare Renzo Bruzzichelli; alla fine degli anni ’60 il negozio fu chiuso e rimpiazzato da Raspini, venditore di scarpe, abbigliamento ed accessori in pelle, e il luogo perse il ruolo di punto di ritrovo, sostituito da un altro bar, il Deanna in piazza della Stazione che, comunque, mai ha avuto il fascino e l’atmosfera dell’adorato “Bruzzi”.

Per rimanere in tema un’altra storica pasticceria di piazza del Duomo ha, dopo 71 anni di attività, chiuso i battenti nel Novembre 2009: il mitico “Scudieri” ha finito di produrre le migliori schiacciate alla fiorentina della città. Recentemente i locali sono stati riaperti con la stessa denominazione e completamente ristrutturati. L’ambiente si presenta bene, la qualità dei prodotti è buona ma, non me ne voglia la nuova proprietà, non si respira più la stessa “aria”,  è andata perduta quell’atmosfera ovattata e retrò da salotto che rendeva il luogo un’isola dove prendere una pausa.
All’angolo di via Martelli il Bottegone (allora bar di proprietà della Motta) e i suoi arredi tutti specchi e mosaici, primo bar a Firenze disposto su due piani, ha lasciato il posto ad un anonimo fast food. Il bar Doney di via Tornabuoni, sala da the frequentata dalla vecchia nobiltà fiorentina, non esiste più ormai da anni e, nella stessa via, il Bar Giacosa mantiene un piccolissimo spazio solo grazie allo stilista Cavalli.

Mio padre lavorava nella zona del Mercato Centrale e, di tanto in tanto, ci recavamo con mia madre a prenderlo quando finiva la sua fatica quotidiana.
Ebbene, ho ancora negli occhi lo spettacolo di Piazza San Lorenzo e via dell’Ariento fiancheggiate da due file di banchi illuminati, alla sera, da una miriade di lampadine dalla luce giallastra che, oltre che fare luce su una variegata moltitudine di mercanzie di ogni genere, scaldavano il mio cuore di fanciullo.
Ma del Mercato di San Lorenzo un ricordo su tutti ho vivo: la Gastronomia Calderai, vera istituzione. La ditta aveva due sedi, con identica insegna, un cuoco a cavallo di un maiale: la principale in via dell’Ariento una seconda, più piccola, in via Calimala. Fondata ai tempi dell’unità d’Italia, ha chiuso i battenti nel 1984. Tempio del buon gusto, ha avuto il pregio di far conoscere ai fiorentini gusti e specialità di tutto il mondo oltre che a prodotti  locali di qualità superlativa. I prezzi erano, ovviamente, all’altezza della qualità e pertanto al di sopra delle possibilità di molte tasche, almeno per l’approvvigionamento di tutti i giorni;  la mia famiglia non sfuggiva a questa regola, quindi “la spesa dal Calderai” era riservata al Sabato (non tutti, in verità) e la vivevo come un momento speciale: entrare nell’ampio negozio di via dell’Ariento, aspettare il proprio turno di servizio davanti al lungo bancone vetrato ricolmo di ogni ben di Dio annusando stuzzicanti odorini, sentire mia madre sciorinare la lista delle ghiottonerie che avrebbero allietato la tavola della Domenica, era un po’ come visitare il paese della cuccagna.

Questa mia sensazione deve essere stata condivisa anche da molti altri se la giornalista Manuela Plastina ha sentito il bisogno di scrivere un libro in merito, “I Calderai – officina del gusto in Firenze” ( Editrice Sarnus, 2007).
Come non citare, inoltre, tra i templi perduti del mangiar bene, il Forno “Balboni & Mueller” di via della Vigna Nuova e la Gastronomia Vera all’angolo di piazza Frescobaldi con Borgo San Jacopo.In via Vecchietti si trovava la pasticceria Digerini e Marinai, famosa per i suoi biscotti, frollini o frou-frou (dizione popolare per indicare i wafers) che fossero: la ditta aveva lo stabilimento di produzione in via Piagentina, non lontano da casa mia e li ci recavamo spesso con mia madre a comprare i cosiddetti “rotti”, i biscotti venuti di forma non corretta o, appunto, rottisi durante la cottura, con un notevole risparmio rispetto al prodotto di prima scelta venduto nel negozio del centro; di tali acquisti conservo gelosamente tutt’oggi una scatola di latta dei biscotti “Bimbi d’Italia”, fiorentina risposta ai più noti Plasmon.

Onde evitare di essere considerato un novello Pantagruel, abbandoniamo gli argomenti “mangerecci” per considerare altri aspetti della vita quotidiana.

Negli anni del Liceo amavo trascorrere qualche ora pomeridiana nella accogliente Libreria Internazionale Seeber, punto di ritrovo per molti bibliofili di via Tornabuoni. Non era certo un posto dove entrare per comprare l’ultimo best seller e uscire: era un luogo dove indugiare a lungo tra gli scaffali di legno scuro, scorrendo i titoli, curiosando tra i vari tomi alla ricerca di quello che, per strana alchimia, vi colpiva, sotto gli occhi un po’ sdegnosi del personale.
Quando, invece, si dovevano cercare testi scolastici o comunque legati a tale attività, era impensabile non rivolgersi  alla libreria Le Monnier di via San Gallo, con le sue vetrine in vetro verde e le scritte in oro risalenti agli anni ’20: ceduta, con la relativa casa editrice, al Gruppo Mondadori nel 1999, ha definitivamente cessato l’attività nel 2006 .

Se necessitavamo di materiale di cancelleria, penne, carta o quant’altro di assimilabile? La risposta si trovava di sicuro in via Condotta, dove fiorivano numerose attività di cartolaio di ottimo livello: vocazione della zona che risale molto indietro nel tempo, visto che nella via si trova il Canto dei Cartolai, termine che, in antichità, indicava i copisti di codici e manoscritti e in seguito, per estensione, ha finito per comprendere tutte quelle attività legate al mondo della scrittura.
Sempre in via Condotta merita una menzione particolare un negozio veramente speciale (sarei tentato di dire unico) scoperto ai tempi dell’Università e che tutt’oggi resiste imperterrito: la Ditta Dott. Bizzarri, fondata nel 1842 e i cui arredi attuali suppongo siano quelli originali dell’epoca. Negozio particolare, dicevo: citando la sua pagina web (ebbene si, ha un sito on line!) nei suoi scaffali carichi di storia si possono trovare prodotti  per “chimici, restauro, enologia, fotografia, erboristeria, essenze, tinture, spezie”: sono stato a suo tempo cliente assiduo oltreché affascinato dall’ambiente da gabinetto di Madame Curie.

Altro ricordo legato alla Facoltà di Chimica è la vetreria Spartaco Martino che, a quei tempi, aveva sede, se la memoria non mi tradisce, in via Santa Reparata. In effetti definirla vetreria è riduttivo: erano dei veri propri artisti della soffiatura del vetro che realizzavano artigianalmente qualsiasi tipo di apparecchiatura per qualsivoglia esigenza. In seguito trasferitasi nella zona di via Pistoiese, ignoro se siano tutt’oggi in attività. Della loro arte conservo (o, meglio, mia moglie conserva) alcuni esemplari in uno scaffale della libreria.

In via Tosinghi c’era (ha chiuso definitivamente alla metà degli anni ’80) il ristorante Giovacchino che, al primo piano, aveva attrezzato una sala con musica e pista da ballo: aperta anche il pomeriggio, la saletta, chiamata “Giò Club”, era molto frequentata ed innumerevoli sono stati i pomeriggi passati là, talvolta, devo confessare, a danno del rendimento scolastico: la musica beat e la gradevole compagnia esercitavano, complice la giovane età, molto più fascino di Senofonte e Tacito.

Per facilitare i rapporti tra i due sessi, molto ostacolati da miopi genitori che non vedevano di buon occhio che le loro figlie frequentassero luoghi di perdizione come il Club di cui sopra, si ricorreva spesso e volentieri all’escamotage della “festa in casa”. Chi aveva una casa idonea allo scopo convinceva i recalcitranti parenti a organizzare una festa (solitamente il Sabato pomeriggio): si spostavano i mobili del salotto per far posto, si compravano bibite e pizzette, si piazzava lo stereo in un angolo, ognuno portava un po’ di dischi (i “45 giri” in vinile, ovviamente) e si aprivano le danze, mentre la mamma dell’ospitante si rifugiava in cucina, muta sentinella della moralità.
Detto così sembra facile, ma non avete idea delle giornate passate a vagliare con attenzione la lista degli invitati per fare in modo  non solo che la componente femminile fosse equilibrata rispetto a quella maschile, ma anche che fossero presenti tutte le ragazze verso le quali gli organizzatori nutrivano foschi progetti!

Poi venne il tempo delle “cantine”.

Si prendevano gli scantinati del centro storico (di proprietà o in affitto), si pulivano e si tinteggiavano a colori forti, impianto elettrico approssimativo, uno stereo con relativa collezione di dischi, un bancone realizzato con assi di legno come bar, qualche bottiglia, luci soffuse e arredamento minimalista (per usare un eufemismo) rimediato dai parenti e dai rigattieri e la nostra discoteca personale era pronta. Un po’ di passa parola tra le varie compagnie e al Sabato quei locali abbandonati da decenni si popolavano  di giovani che, a fronte di un piccolo obolo per coprire le spese di gestione, potevano trascorrere un pomeriggio “beatnik nostrano” oltre che a trovare un angolino tranquillo e riservato (non mancavano) ove sviluppare contatti umani. Ce ne erano un po’ dovunque ma, a distanza di tanti anni, mi sovviene solo quella che si trovava  in via dei Pilastri, nel tratto tra via Carducci e via Farini, se non vado errato.

La musica.
Credo che mai come in quel periodo (anni ‘60/’70) la musica abbia giocato un ruolo così importante nella vita dei giovani: scandiva i ritmi della nostra giornata, anche grazie a emissioni radiofoniche come “Hit Parade” condotta dal Maestro Lelio Luttazzi, “Supersonic”, la rivoluzionaria “Alto Gradimento” della coppia Arbore/Boncompagni.
Per ascoltarle, visto che gli orari di messa in onda talvolta coincidevano con quelli scolastici, portavo in cartella una radiolina portatile e, durante le lezioni, ascoltavo la trasmissione di turno con l’auricolare nascosto sotto il maglione: poi, la sera a casa, con la radio a valvole che captava stazioni da tutta Europa, ci sintonizzavamo su Radio Lussemburgo, che trasmetteva pezzi non ancora introdotti sul mercato italiano e che venivano religiosamente registrati inizialmente su bobina poi, con l’evoluzione tecnica, su cassetta.
I gusti in materia musicale diventavano anche una scelta di stile: tanto per citare il più classico degli esempi, chi amava i Beatles dava di se un’immagine molto diversa dai fans dei Rolling Stones. Per la musica italiana il problema non si poneva: a parte le innumerevoli cover che popolavano il mercato e incursioni nel mondo “acculturato” di De Andrè, la mia generazione è cresciuta a pane e Battisti.
La passione per la musica si sostanziava  in due forme: ascoltare la musica e suonarla.
Strumento principale per l’ascolto era il vinile a 45 giri. Personalmente avevo due punti di riferimento per l’approvvigionamento: Dischi Alberti (nel negozio che all’epoca si trovava in via de’ Pecori)  e un negozio che si trovava in Piazza San Marco che si chiamava, se ben ricordo, Disco Club che, per primo a Firenze, realizzò al suo interno una cabina (di cuffie a quel tempo non se ne parlava proprio)  per l’ascolto dei brani. Che libidine, si comprava un disco ma se ne potevano ascoltare (e trascriverne i testi) tre o quattro!

Il suonare uno strumento musicale era, al tempo, quasi un requisito indispensabile se si voleva essere a la page.
A quei tempi a Firenze le ditte a cui rivolgersi in materia erano sostanzialmente due: la Casa Musicale Ceccherini, in piazza Antinori (attualmente l’attività si trova in via de’ Ginori), e Maurri in via del Corso. Negozio compassato e serioso il primo, le mie preferenze sono sempre andate al secondo dove, tra l’altro, si potevano trovare spartiti di brani di ogni tipo e genere musicale: già, perché mentre oggi per avere la partitura di una canzone basta fare una breve ricerca su internet, negli anni sessanta bisognava comprarle nei negozi specializzati.

In base ad una scelta in gran parte dettata dalla trasportabilità dello strumento, imparai a strimpellare la chitarra e iniziai a ritrovarmi con amici e compagni di classe per suonare insieme.
In seguito importammo dagli USA gli hippies e, complice il concerto di Woodstock del ’69, le nostre esibizioni musicali, fino ad allora svoltesi nell’ambito delle feste tra amici, uscirono all’aperto. Nelle notti d’estate in piazza della Signoria, al piazzale Michelangelo, sul Ponte Vecchio, si potevano sempre trovare gruppetti di giovani che, attorno ad una chitarra ed una armonica, improvvisavano “sessions” canore.
Proprio sul Ponte Vecchio degli anni ’70 scoprii una cosa che mi lasciò stupito: le giovani americane,  delle quali avevamo una nutrita e qualificata presenza in loco complice una scuola americana per mannequin posta nei pressi, trovavano la musica popolare italiana in genere e partenopea in particolare, molto “romantica e pittoresca”. Quindi nell’epoca dei Cream, dei Vanilla Fudge, dei Led Zeppelin, dei Pink Floyd, di Frank Zappa, dei Jethro Tull imparai a suonare e cantare pezzi come “Firenze Sogna”, il “Valzer della povera gente”, “Munastero e’ Santa Chiara”, “Reginella” perdendo un po’ della considerazione dei miei amici rockettari, ma approfondendo notevolmente la conoscenza degli usi e costumi d’oltre oceano.

(continua...)


8 Gennaio 2011 - da: Alessandro Cencetti

La “mia” Firenze - Parte 3
di Alessandro Cencetti - email: alecence@libero.it

Le feste di Firenze

San Giovanni

La giornata del 24 giugno è la festa del patrono di Firenze, San Giovanni ed è scandita, per il popolo, da due eventi particolari: la finale del “Calcio in costume” (ed il corteo storico che la precede) e i “Fochi”.
In effetti le manifestazioni in onore del Battista sono molto più numerose ma non molto frequentate dalla grande massa: è impossibile, comunque, non citare la processione storica che al mattino va, gonfalone in testa, da Palazzo Vecchio al Battistero per assistere alla ostensione della Reliquia del Santo e procedere all’offerta dei ceri, rinnovellando una antichissima tradizione secondo cui una processione popolare partiva da Santa Reparata e, passando sotto una volta di preziosi teli chiamata “cielo”, raggiungeva il Battistero dove ogni cittadino maschio di età superiore a quindici anni era tenuto ad offrire un “cero” a San Giovanni, cosa che garantiva l’illuminazione della struttura per tutto l’anno e, grazie alla vendita del materiale in eccedenza, una cospicua rendita alle autorità ecclesiastiche.
Col crescere dell’opulenza della città e, conseguentemente, delle famiglie più importanti, i ceri divennero sempre più grandi e riccamente adornati da figure lignee, tanto che, per il loro trasporto, si dovette ricorrere all’uso di un carro: pare che proprio da questa usanza derivi la tradizione del Carro di San Giovanni (il Brindellone, per intendersi), destinato poi allo scoppio nel giorno della Pasqua.

Il Calcio in costume
La manifestazione è così conosciuta che mi sembra inutile perdersi in notizie storiche. Penso che basti citare due fatti: il primo che la manifestazione rievoca la partita del 17 Febbraio del 1530, giocata in dispregio della truppe imperiali di Carlo V che dall’anno precedente stringevano d’assedio la città. Il secondo che il gioco in origine si svolgeva durante il carnevale: è entrato a far parte degli appuntamenti della festa del Patrono solo in tempi più recenti, sostituendo Il Palio dei Barberi (cavalli da corsa), che prendeva l’avvio dal Ponte alle Mosse, attraversava la città passando per la via del Corso (da cui il nome stesso della strada) per finire in Borgo Pinti: l’ultimo palio si corse nel 1858.
Ai giorni nostri il 24 Giugno si giocava la finale del torneo che si svolgeva tra le squadre dei quartieri storici della città, gli Azzurri di Santa Croce, i Bianchi di Santo Spirito, i Rossi di Santa Maria Novella e i Verdi di San Giovanni.
Si svolgeva...
Nel 2006 il Sindaco di Firenze, a seguito dei gravi episodi di violenza avvenuti sul campo di gioco e fuori, ha disposto la cancellazione del torneo riducendo la manifestazione ad una “partita amichevole” tra due squadre, almeno così si leggeva nel programma ufficiale delle manifestazioni del 2010.
Senza voler entrare nel merito delle ragioni che hanno spinto il primo cittadino a prendere una decisione di tale portata, non posso fare a meno di riportare alcuni ricordi.
Ho partecipato alla manifestazione nel 1994 in qualità di allenatore in seconda dei Verdi: un intero anno di allenamenti bisettimanali al campo allestito sul retro del palazzo dell’Unione Italiana Ciechi nel viale Bassi, allenamenti tenuti con qualsiasi condizione atmosferica che, dal mese di aprile, diventarono trisettimanali.
Allenamenti duri, tanta preparazione fisica (il mio terreno di competenza). Poi la tecnica e la tattica: Gianni, l’allenatore in prima, era un ex giocatore di rugby che cercava di riportare le sue esperienze nel gioco storico. Proficuamente, devo dire, visto che la stagione successiva vincemmo la bianca vitella.
Allenamenti duri come il gioco stesso, pensato in altri tempi per selezionare la gioventù più prestante e coraggiosa e, pertanto, violento sufficientemente per lo scopo prefisso.
Un impegno pesante, dunque, che i giocatori affrontavano solo per poter essere in campo al momento della sfida: che quest’ultima, visto il sacrificio e le fatiche profuse, fosse vissuta con grande intensità agonistica, mi pare ovvio.
Che spesso l’intensità agonistica sconfinasse in parossismo può darsi: così come può essere che la partita divenisse l’occasione per regolare vecchie ruggini senza conseguenze penali.
Che dei correttivi a certi eccessi fossero necessari, è innegabile.
Però mi chiedo: il Calcio in costume può essere ridotto a mera esibizione, ad uno scontro “amichevole”, contrario alla stessa natura del gioco?
Proviamo un po’ a pensare ad un Palio di Siena amichevole, ad un fraterno Gioco del Ponte.
Mah!
Non ho risposte in merito, solo i miei ricordi.
E ricordo l’entusiasmo dei calcianti, le difficoltà nel fare la formazione da mettere in campo, la delusione degli esclusi spinta fino alle lacrime, soppiantate poi dal desiderio di esserci comunque, anche se solo sugli spalti.
La gioia di chi scendeva in campo, il passare in corteo per le vie del centro tra due ali di folla abbigliati come i nostri avi, lo scendere nel catino sabbioso di Piazza Santa Croce circondati da una moltitudine festante, il saluto al Magnifico Messere e poi la mossa d’inizio, il primo contatto tra i calcianti, sempre pericolosissimo in quanto la freschezza delle energie e l’adrenalina accumulata favorivano l’accendersi di mischie furibonde dove i colpi proibiti  si sprecavano.
Ricordo la polvere in bocca, l’aver perso la voce nel tentativo di farsi sentire dai calcianti, i colpi ricevuti perchè, anche se gli allenatori non partecipavano attivamente alle azioni di gioco, nel parapiglia talvolta venivamo fatti oggetto di “attenzioni”.
Ma soprattutto ricordo l’orgoglio di fiorentino di aver partecipato in prima persona ad una festa cittadina così sentita, di aver avuto l’opportunità di scendere in campo a vivere emozioni fortissime e indimenticabili.

I "Fochi"
San Giovanni, in epoca cristiana, soppiantò, nel ruolo di patrono della città, il vecchio Dio Marte.
Retaggio dei festeggiamenti marziali è la conservazione della tradizione del fuoco come simbolo del solstizio d’estate.
Nei tempi antichi, dal tramonto, la città veniva adornata dai “Fochi dell’allegrezza”: in piazza della Signoria, alla Loggia dei Lanzi, veniva acceso un falò di fascine di scopa mentre Palazzo Vecchio e il perimetro della piazza venivano ornati con grandi lumi di sego.
La tradizione dei falò fu mantenuta fino al XIV secolo quando, grazie all’introduzione in occidente della polvere da sparo, fu soppiantata dall’uso dei fuochi di artificio.
Il luogo deputato al loro scoppio era sempre la Piazza della Signoria, la cui posizione, al centro dell’abitato, non era certo la più consona a prevenire incidenti: infatti si hanno notizie storiche di disastrosi incendi. Nel 1826 un ennesimo incendio si appiccò alle travi della torre di Arnolfo e il Granduca Leopoldo II spostò la sede dei Fochi sull’Arno, al Ponte alla Carraia.
Solo in tempi più recenti la sede dello spettacolo pirotecnico fu spostata nella locazione attuale, il Piazzale Michelangelo.
Manifestazione assai sentita anch’essa, è un appuntamento al quale ben pochi fiorentini rinunciano.
Quando ero bambino, la mia famiglia approfittava del giorno di festa per cenare presto e poi si andava a piedi, insieme alle altre famiglie del vicinato, fino ai giardini di Bellariva (una mezz’oretta abbondante di cammino spedito): si partiva presto, per conquistare un posto che garantisse una buona visuale, e il cammino scorreva veloce e festoso in compagnia. Poi tutti col naso in su, occhi sbarrati a rimirare lo scintillio multicolore che decorava il cielo notturno, immobili fino al classico “botto” senza fuochi che annuncia la fine dello spettacolo.
In seguito, ormai adolescente, trascorrevo in compagnia tutta la giornata in centro, guardando il corteo storico, bazzicando intorno al luogo dove si giocava il calcio in costume (ha cambiato diverse sedi negli anni) in quanto il costo del biglietto era proibitivo per le mie tasche, per cena un panino col lampredotto al Porcellino e poi a prendere posto a sedere sulla spalletta del lungarno in piazza Cavalleggeri, di fronte alla Biblioteca Nazionale. Ci piaceva far casino, conoscere stranieri cui mostrare i vari volti della città godendo delle loro espressioni di meraviglia, cercare di “imbroccare” qualche ragazza: ma, al momento dei Fochi, tutti zitti a guardare lo spettacolo.
L’usanza di passare l’intera giornata in centro l’ho poi mantenuta, almeno fino a quando ho abitato a Firenze, sostituendo le scorribande giovanili con tranquille passeggiate (Boboli è splendido a fine Giugno) e il “povero” panino con una più confortevole cena  presso l’enoteca “Le Volpi e l’Uva” di Piazzetta De’ Rossi, vicino al Ponte Vecchio: perdonatemi un inciso pubblicitario, ma se non conoscete il locale degli amici Emilio e Riccardo, vi consiglio vivamente di rimediare alla mancanza!
Anche in età adulta ho sempre apprezzato la bellezza dello spettacolo pirotecnico di San Giovanni: forse è un modo per gratificare il fanciullo che ancora vive in me, ma chi se ne importa, mi piace e tanto basta.
A conclusione della manifestazione, camminando nella folla che torna a casa, è poi possibile avere una conferma di una delle caratteristiche peculiari della fiorentinità, la vis polemica: tendete bene l’orecchio e immancabilmente sentirete qualcuno sentenziare “erano meglio quelli dell’anno scorso”!

15 Gennaio 2011 - da: Alessandro Cencetti

La “mia” Firenze - Parte 4
di Alessandro Cencetti - email: alecence@libero.it

Le feste di Firenze

La rificolona
La notte del 7 Settembre di ogni anno si svolge la festa della rificolona, durante la quale i ragazzi fiorentini portano in giro per le strade lampioncini di carta con un lumino di cera all’interno appesi ad una lunga canna. Nonostante piccoli cortei si svolgano per le vie di un po’ tutti i quartieri, la festa vera e propria si svolge nel centro e converge in Piazza SS Annunziata.

Un po’ di storia
Le origini della festa risalgono, probabilmente, al ‘600. In quei tempi il 7 Settembre il popolo del contado fiorentino (non solo dalle immediate vicinanze ma, pare, anche da zone al tempo impervie come Vallombrosa e il Casentino) partivano carichi di mercanzie in lenta processione per recarsi a Firenze, in pellegrinaggio per la festa religiosa dell’indomani, dedicata alla Madonna, che veniva celebrata nella Basilica della Santissima Annunziata. (Detto per inciso, oggi qui si può ammirare anche lo splendido affresco dell’Annunciazione nel quale, secondo la leggenda, il volto della Vergine sarebbe stato realizzato da un Angelo mentre il pittore, tal Bartolomeo, giaceva addormentato).
Al fervore religioso si accoppiava l’utile economico: i contadini erano infatti, dicevamo, carichi di mercanzie, che intendevano vendere durante il mercato tenuto in concomitanza con le celebrazioni religiose nella piazza antistante la basilica e nelle vie circostanti. Per garantirsi un buon posto, i mercanti erano usi arrivare in città la sera avanti.
La strada era lunga e difficile, però, e la grande massa dei pellegrini terminava il suo viaggio a notte fonda. Per illuminare la strada, portavano una lanterna appesa ad un lungo bastone, formando una processione di lampioncini di varia foggia.
Giunti alla SS. Annunziata, i viandanti trascorrevano la nottata bivaccando sotto i portici della chiesa.
Nottata che però non era molto tranquilla, in quanto i giovani fiorentini si riversavano chiassosi in strada per divertirsi alle spalle dei poveri villani, con scherzi e motteggi che, data la proverbiale maligna sagacia della nostra genìa, spesso rasentavano la cattiveria. Le donne in particolare, abbigliate nei goffi vestiti di campagnole, che accentuavano le loro forme spesso abbondanti, erano oggetto di pungenti dileggi.
Col passare del tempo, tra i giovani cittadini invalse l’uso di costruire con carta e legno lanterne multicolori, simili a quelle dei contadini, ma con forme rotondeggianti (forse per ricordare quelle delle loro donne).  Appese a lunghe canne, ereano portarte in giro urlando a squarciagola ritornelli di varia natura. Uno dei più famosi, citato anche dal Novelli nella commedia “L’acqua cheta”, diceva: “Ona...ona..ona...ma che bella rificolona..”.
Proprio ad una corruzione del vocabolo fierucolone, riferentesi alle campagnole che partecipavano alla fierucola, alcuni fanno risalire il termine Rificolona che, tutt’oggi, oltre ad indicare la festa e il lampione, viene usato per definire una donna dai lineamenti abbondanti, vestita in modo appariscente e di cattivo gusto.
.Al culmine della gazzarra generale, si apriva la caccia alla rificolona, durante la quale gruppi di giovani bersagliavano con bucce di cocomero le fragili e infiammabili lanterne, che finivano immancabilmente per bruciare.

La "mia" rificolona
Alla fine degli anni cinquanta del ‘900, la festa era ancora piuttosto sentita, tant' è vero che, proprio in quel periodo, si cominciò ad organizzare la “Rificolona sull’Arno”. La sua prima edizione si tenne all’altezza di Bellariva; questa manifestazione è mantenuta viva anche oggi grazie all’organizzazione del Circolo Canottieri.
Ricordo che i genitori ci compravano dal cartolaio sotto casa un lampioncino di carta colorato (oggi tutti di produzione cinese, a quei tempi forse no), il lumino di cera da metterci dentro e la canna, rivestita di carta stagnola colorata, per appenderla. Poi ci accompagnavano a giro per le strade del quartiere nella tiepida e dolce serata fiorentina di fine estate.
Già: nel quartiere. Perchè di andare in P.zza SS. Annunziata, dove si teneva la festa grande, quella “vera”, per noi bambini delle periferie proprio non se ne parlava, per almeno due motivi: il principale era che il giorno dopo si andava a lavorare presto, il secondario che a quel tempo, nel mio ceto sociale, non erano molti ad essere muniti di un mezzo di trasporto proprio e andare in “centro” con i mezzi pubblici trascinandosi appresso la rificolona non era esattamente... agevole.
Crescendo, raggiunta una età tale da poter stare per strada da soli (cosa che, al tempo, si verificava abbastanza precocemente), cambiò radicalmente il modo di partecipare alla festa.
Al momento in cui ci liberammo (noi maschietti) da una troppo stretta sorveglianza genitoriale,  abbandonammo  canna e lanterna per armarci di cerbottana e, in bande vagamente organizzate, ci impegnavamo nella "caccia alla rificolona", rinovellando l’antica usanza. Solo che la posto delle bucce di cocomero usavamo, per compiere la proditoria opera di distruzione, la cerbottana armata di “pirulini” di carta.
Merita una descrizione la preparazione dell’arma e dei proiettili.
La cerbottana era realizzata, dai veri “professionisti” del ramo, procurandosi un pezzo del tubo metallico che veniva solitamente usato dagli elettricisti per montare i lampadari al neon nelle cucine, quel sottile tubo cromato che collegava il piatto portalampada al soffitto e al cui interno passavano i fili elettrici: la grande solidità e la ridotta sezione garantivano una traiettoria del proiettile precisa e molto lunga con il minimo sforzo polmonare.
Le cerbottane di plastica che si compravano nei negozi (sicuramente meno pericolose) erano considerate roba da “bambini” e presentarsi in strada armati con una di quelle significava automaticamente essere relegato agli ultimi posti nella gerarchia della banda.
L’unico proiettile ammesso era il pirulino, ossia un cartoccino conico di carta di vario tipo: quello più comune (e più utile nel caso della rificolona) era realizzato tagliando a sottili strisce le pagine dei quaderni usati nel trascorso anno scolastico, arrotolandole a cono e chiudendo la punta con la saliva: si faceva cioè ruotare ripetutamente l’estremità tra le labbra inumidite finché non si incollava. Lascio immaginare il pittoresco effetto cromatico che lasciava l’inchiostro presente sulla carta nelle nostre bocche, tenendo anche conto che, a quei tempi, a scuola si scriveva con pennino e calamaio!

Dopo aver passato il pomeriggio a succhiare pirulini per prepararcene una scorta adeguata, che veniva impilata e fissata sotto la cerbottana con due mollette per tendere i panni, finalmente la sera si passava all’azione.
La tecnica di caccia consisteva nel forare la lanterna cercando di piazzare il pirulino in mezzo in modo di porlo proprio sopra la fiamma del lumino provocando così il subitaneo infiammarsi della rificolona, cosa che richiedeva precisione ed esperienza; ma, spesso, più che il fare centro si rivelava ardua la manovra di sganciamento tesa ad evitare il potente scapaccione vibrato dal padre della vittima prescelta che, vedendo la prole in lacrime, cercava  pronta vendetta!

Il tutto nell’arco di due ore in quanto  verso le dieci e trenta incominciavano i casalinghi richiami al rientro, richiami che non era il caso di ignorare per più di dieci/quindici minuti; a quei tempi si andava a letto presto, anche in occasione delle feste.


 
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