Chi sono - Ricordi Fiorentini

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Chi sono

Io, un anglo-becero

Da qualche parte si deve cominciare... e, in genere, vale la pena di cominciare dall'inizio.

Sono nato all'ombra del Cupolone, nell'ottobre del 1951, da padre inglese e madre fiorentina. Posso dunque vantarmi di appartenere a quella variegata schiera comunemente nota a Firenze come anglo-becera.

Ben poco mi ricordo dei miei primi giorni di vita, anzi: proprio nulla! Ma mia madre mi ha più volte raccontato di come mio padre, fiero del suo maschietto, mi portasse, nato da qualche giorno, a mostrarmi in giro con la carrozzina. Oggi può sembrare del tutto normale, ma nel '51 uomini soli a spasso con una carrozzina se ne vedevano davvero pochi. La sua prima tappa fu il negozio di famiglia, in piazza Santa Croce, a pochi passi dalla clinica di via Thuar, dov'ero, appunto, nato io.

Il negozio, di pelletteria, creato da mio nonno Cesare Misuri negli anni '30, stava rinascendo dopo le grandi difficoltà della guerra  stava per entrare di lì a poco nel vortice del boom degli anni '60. Ma la stora di questo negozio merita un capitolo a parte, così torniamo a me.

Fin da piccolo il mio legame con l'Inghilterra è sempre stato forte, ma quasi del tutto inconsapevole. Per me era del tutto normale, infatti, la simultanea convivenza delle lingue inglese e italiana, tanto che non ne avvertivo granché la differenza. A ciò contribuì forse anche la mia frequentazione di un asilo 'inglese', in piazza Savonarola (là dove oggi c'è la Syracuse University, all'angolo con via dei Della Robbia), capitanato da un'inglese DOC: Miss Berbridge.

Mi ricordo la grande sala dove, per la maggior parte del tempo, giocavamo, ma imparavamo anche a leggere e a scrivere (in english, naturalmente!).

E il giardino, con uno spiazzo riempito di rena, dove ricrearci nelle pause. Non vorrei sbagliarmi, ma ricordo che eravamo una quindicina di bambini, dei quali non rammento neanche un nome, ahimè. Immagino che fossero anche loro figli di inglesi, residenti o di passaggio da Firenze.

Poi venne la prima elementare, sempre sotto l'ala di Miss Berbridge: la sala da pranzo di un appartamento poco distante dall'asilo, in via dei Della Robbia. All'inizio della seconda elementare, però, non ho mai saputo per quale precisa ragione, venni trapiantato in una scuola molto, ma molto diversa: il Collegio "Alla Querce", in via della Piazzola (oggi ormai chiuso, tristemente, da anni -giuro: non per colpa mia!). E' trascorso più di mezzo secolo dal mio primo giorno quale 'querciolino', ma lo ricordo come se fosse ora! L'ampio portone d'ingresso, l'ancor più ampio salone d'ingresso, le scalinate e un'aula colma di banchi di legno a due posti. Quelli con il piano di scrittura inclinato, verniciato in smalto nero lucido. Una maestra di corporatura minuta: Elisabetta Francini.

La sensazione che provai quel giorno mi ha poi accompagnato per il tutto resto della mia vita. Mi sono sempre sentito 'arrivato in ritardo': gli altri sapevano cose che io ignoravo...



Dopo "la Querce", la mia (scarsamente brillante) carriera scolastica è proseguita al Liceo Scientifico "Leonardo da Vinci". Un ambiente radicalmente diverso e, per me, pieno di novità. Innanzitutto la classe: una trentina di alunni dalle più diverse indoli.
Ricordo che il primo anno ebbi non poche difficoltà ad ambientarmi, abituato al comodo e soffice (anche se molto severo, all'occorrenza!) collegio. Risultato: tre materie a settembre.

Per andare a scuola (scusa ufficiale) i miei mi regalarono un Solex, antesignano delle attuali biciclette a pedalata assistita e parente stretto del 'Mosquito'. Vale proprio la pena di descriverlo: il telaio era quello di una bicicletta e il motore (credo che fosse ben al disotto  dei mitici 50cc.) di forma cilindrica era collocato di traverso sulla ruota anteriore. Un rullo poggiava sulla parte  superiore della ruota e trasmetteva il movimento per aderenza (scarsissima nei giorni di pioggia!). Sopra il motore una leva, che permetteva di sollevare il motore (e il rullo, ovviamente), per usare il velocipede come normale bicicletta. Il serbatoio, laterale, conteneva, credo, circa un litro di miscela. Acceleratore: inesistente. Quindi velocità - si fa per dire - costante. Ma tant'è... si muoveva!



Poi venne un Motom 48cc.: ben tre marce e un serbatoio più capiente. Maggiore autonomia e, soprattutto, salite anche ripide, senza pedalare. Come tutti, tendevo a dare "passaggi" agli appiedati. In particolare al  mio compagno di banco Andrea, quando andavamo all'uscita del 'Dante' per incontrare le nostre rispettive 'ragazze'.

L'evoluzione successiva, qualche anno dopo, fu un Gilera 125 di seconda mano, da me modificato stile 'Easy Rider': manubrio a corna di bufalo(?) e poggiaschiena in tondo pieno di ferro, fatto appositamente da un fabbro della Rufina! Ma ora basta parlare di motorizzazione.

In terza liceo, la classe era decisamente decimata (principalmente perché nella nostra sezione la lingua straniera era il tedesco): 13 alunni. Come logica e sfortunata conseguenza, le interrogazioni erano a ritmo di mitraglia, con scarsa gioia di noi banchisti (i tronisti erano una cosa ben lungi a venire..!).

All'inizio della 4a liceo, appena rientrati dalle vacanze, fummo accolti da una notizia raggelante: un nostro compagno di classe, Michele M., si era tolto la vita impiccandosi a un albero delle Cascine. Tipo simpatico, ma taciturno, introverso. Non so che cosa lo abbia condotto a quel gesto, ma so che rimanemmo tutti molto scossi. Di lui mi ricordo una particolare volta che, all'uscita da scuola, lo trovai sconsolato, dopo vari tentativi di mettere in moto il suo motorino: era senza benzina. Divenni il suo eroe per cinque secondi, quando gli indicai una misteriosa (per lui) levetta sotto il serbatoio: quella della riserva!
Più o meno nello stesso periodo un'altra sciagurata notizia sconvolse, questa volta molte classi del liceo: la morte, in un incidente stradale al piazzale Donatello, di Lapo, uno studente di un'altra classe, ma conosciuto da tutti.
Infine, per completare questa triste parentesi, venne a mancare - anche in questo caso per uno sciagurato incidente stradale - il nostro insegnante di Matematica, il Prof. Binetti.
Ho un ricordo molto particolare e affettuoso di lui, perché - per salvarmi 'in extremis' mi interrogò ben tre volte... in una stessa mattinata. Rammento che i miei compagni insorsero ritenendolo quello un mero sopruso, ma io sapevo bene - e lo spiegai loro - che  andava bene così...
Pace a tutti e tre, ovunque si trovino!

La mia permanenza al liceo fu anche costellata da eventi piacevoli, in particolare legati alla mia passione per la musica. Erano i tempi dei 'complessi' formato Beatles, Rolling Stones ecc... e non c'era sabato che non ci fosse un qualche concorso musicale in un qualche locale di Firenze e dintorni. Come tutti, provavamo in una cantina (quella del caro amico Andrea Foglianti è stata una - ci chiamavamo "The Knights"). Sfacciatamente, ci presentavamo anche con una sola canzona, provata due o tre volte. Ma riuscivamo a ricavare il nostro piccolo angolino di successo...
In seguito, ai primi anni di università (scelsi Fisica - ancora oggi mi chiedo per quale remota ragione) formammo un complesso, i "Perché" e fummo ingaggiati per diverse feste private. In due eventi suonammo con i famossissimi "Scooter" (avevano scalato le classifiche con il loro pezzo "La motoretta"). In una delle due occasioni - una festa della moda a villa Corsini di Mezzomonte - la nostra soddisfazione balzò al culmine: suonammo con la loro strumentazione! Potei mettere le mie timide mani su un vero organo Hammond, corredato di casse Leslie. Ai  profani questo non dice nulla; gli appassionati possono invece capire l'intima goduria che provai.  Ci azzardammo perfino in un'improvvisazione, che trascinò forsennati danzatori e danzatrici in un clangore mai udito. O per lo meno: udito per poco, perché qualcuno leggermente intollerante pensò bene di staccare la spina all'impianto...


Fu poco dopo i 18 anni, neo-patentato, che ebbi un'altra grande soddisfazione: riuscii a convincere i miei genitori a farmi portare in Italia un'auto molto particolare: una Riley del 1948. Acquistata allora per poche sterline, merita anche questa un rapida descrizione. La linea era simile a quella delle vecchie Citroen: parafanghi 'bombati', predellino, lungo muso corredato di finto radiatore tutto ad aste cromate. Tetto rigido in finta pelle nera, colore: giallo acceso (l'avevo dipinta io a mano). Manovella per partenze d'emergenza, da tirar fuori dal baule posteriore e infilare nell'apposita feritoia sotto il radiatore. Operazione che ho dovuto fare ben più di una volta, fermo a qualche semaforo (e non per motivi meramente spettacolari).
Cilindrata: 2500cc. Un mio amico giurava che, accostandosi al serbatoio, sentiva distintamente il motore succhiare con avidità...
Una particolarità di quest'auto è che aveva due bocchettoni per il rifonimento: uno per lato e ricordo come se fosse oggi la mia sosta a un distributore di via Senese: il benzinaio, dopo aver gioiosamente versato una quarantina di litri di benzina nel primo bocchettone, si avvicinò esultante al secondo: "Devo riempire anche questo?" chiese speranzoso...
Una seconda peculiarità, impagabile, era il parabrezza del guidatore: una piccola manovella dietro al volante permetteva di sollevare la parte inferiore del vetro e godere così di una rinfrescante brezza. Infine, altri particolari che ricordo bene sono: cruscotto in radica, contachilometri in finto avorio retroilluminato; tergicristalli azionabili anche a mano con appositi pomelli sul cruscotto e frecce 'old style', che fuoriuscivano dai lati sollevandosi prontamente quando azionati dalla levetta posta al centro del volante.
18 anni e un'auto del genere... non dico di più.
Ricordo che con questo bolide partecipai a una delle ultime feste goliardiche "delle matricole". Anche qui una breve sosta descrittiva e il racconto di un episodio che, oggi, sarebbe altamente impensabile. La festa coinvolgeva tutta la città e mi rammento di una piazza della Signoria (orrore, orrore si griderebbe oggi!) impolverata sino alla cima della torre di Palazzo Vecchio di... farina! Una finta guerra tra due fazioni opposte, armate di sacchetti di farina, se le suonavano di santa ragione mentre io feci il mio ingresso (a quel tempo in centro si poteva tranquillamente motoreggiare) da via Calzaioli. Uno dei suddetti sacchetti s'infilò preciso nel finestrino e si cacciò - forse per ripararsi - proprio in mezzo tra il pedale del freno e quello dell'acceleratore.
Vale la pena di descrivere come avevamo acconciato la "Giallona". Eravamo decisi a calarci nei panni di gangster degli anni '30: pantaloni a righe, gilet, paglietta e (finte, ovviamente) pistole in apposita fodera ascellare. Dal bagagliaio della 'Giallona', lasciato semiaperto,  spuntavano due gambe (vecchi pantaloni riempiti di paglia); con nastro adesivo nero avevamo addobbato le due fiancate con finti fori di proiettile. Tre o quattro strepitose vetrofanie, applicate ai finestrini, simulavano altrettanto bene altri fori di proiettile. Confesso che gran parte di questa messinscena fu ideata e attuata da un amico di allora, Andrea Sanesi (che fine hai fatto?). Girammo per tre giorni consecutivi, riempiendo il serbatotio grazie a generose offerte, frutto della tradizionale 'questua' goliardica.

Ed ecco un episodio certamente irripetibile oggi e decisamente pericoloso anche a quei tempi....
Il Sanesi viene a sapere che a Prato c'è un raduno di auto d'epoca. Mi chiama e dice: "Daniel, andiamoci con la Giallona, vestiti come alla festa delle matricole!".
Accetto l'invito e ci mettiamo alla volta di Prato, scegliendo di non passare per l'autostrada. Una inattesa deviazione ci fa perdere la strada e vaghiamo per un po', quando, a un incrocio ancora fori dall'abitato, socrgiamo un'auto della Polizia.
Andrea scende, gli agenti ci osservano tra il sorpreso e il divertito e lui si avvicina al loro finestrino per chiedere indicazioni, in gilè e pistola (finta) nella custodia ascellare.
L'agente lo guarda e chiede leggermente inquieto: "Quella è vera?"
Risposta totalmente incosciente di Andrea: "Come no!" La estrae e spara ... uno schizzo d'acqua!
In un centesimo di secondo netto mi ero già visto, nell'ordine:
1. Immobilizzato
2. Arrestato
3. Fucilato sul posto all'istante.

Non appena il cuore riprese a battere e il cervello a funzionare e gli occhi a vedere, mi accorsi invece con gran sollievo che il tutto si era risolto in una risata generale. Ci eravamo decisamente imbattuti in due agenti dotati di nervi saldi e di una buona dose di spirito! Non oso pensare ciò che succederebbe oggi.

Per la cronaca, la Giallona fece un gran 'furore' da outsider: c'era praticamente solo una dozzina di Fiat 500. Armi decisamente impari (mi si perdoni il gioco di parole).
 
(da continuare)


 
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